Le ore che non vediamo
- 11 ago
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Aggiornamento: 12 ago

Non sempre possiamo scegliere le circostanze nelle quali ci troviamo, né essere contemporaneamente in tutti i luoghi nei quali vorremmo essere. Ci sono momenti in cui il pensiero corre altrove, mentre la vita ci chiede di restare esattamente dove siamo.
Forse possiamo fare soltanto questo: abitare il tempo che ci è dato e rispondere, nel modo migliore possibile, a ciò per cui in quel momento siamo chiamati.
Durante i giorni trascorsi al Mulino del Ronzone questa consapevolezza mi ha accompagnata più volte. E forse non è un caso che il disco che ero lì per registrare si intitoli proprio Tra le ore.
Quei giorni avrebbero finito per dare a quel titolo un significato che non avevo previsto. Non soltanto per le ore trascorse in studio, ma per tutto ciò che continuava a esistere intorno ad esse.
In una settimana di registrazione il tempo assume una misura particolare. Ci sono le ore scandite dalle take, quelle in cui pochi minuti di musica vengono osservati da ogni prospettiva possibile, quelle in cui si torna su un dettaglio fino a quando non trova il posto giusto.
E poi ci sono le altre ore.
Quelle in cui il pensiero si sposta altrove. Quelle in cui è necessario tornare a ciò che si ha davanti. Quelle in cui ci si accorge che essere presenti non significa necessariamente riuscire a lasciare fuori tutto il resto.
Per me, in quei giorni, ha significato soprattutto questo: ritrovare ogni volta il punto nel quale ero.
Non cancellare ciò che esisteva altrove — non sarebbe stato possibile — ma riconoscere ciò che il momento chiedeva. Tornare alla musica, all’ascolto, al gesto successivo.
Forse il presente non è un luogo in cui tutto il resto scompare. Forse è il punto in cui, pur continuando a portare con noi ciò che ci attraversa, scegliamo di stare.
La musica, in questo, possiede qualcosa di molto concreto. Non consente di essere davvero altrove. Chiede presenza. Una nota appena suonata appartiene già a un tempo che non possiamo più raggiungere; quella successiva ancora non esiste.
Tra le due rimane un istante. Ed è lì che bisogna essere.
Avevo scelto Tra le ore come titolo perché quelle parole appartenevano già alla musica e al mondo che avevo immaginato per questo lavoro. Ma i titoli, qualche volta, continuano a significare cose anche dopo essere stati scelti.
In quei giorni ho pensato spesso che il tempo non è fatto soltanto delle ore che sappiamo nominare. Ci sono quelle del lavoro, dell’attesa, degli incontri, delle decisioni. E poi esiste uno spazio più difficile da misurare: quello che si apre tra ciò che accade e il modo in cui scegliamo di starci dentro.
Forse sono proprio quelle le ore che non vediamo.
Quelle in cui un pensiero ci porta lontano e qualcosa ci richiama al presente. Quelle in cui ciò che avevamo immaginato convive con ciò che non avremmo potuto prevedere.
Tra le ore, allora, per me non è più soltanto il titolo di un disco. È anche quello spazio sottile nel quale la vita continua ad accadere mentre siamo impegnati a viverla.
